Monsupello - Carlo Boatti

IL 22 GENNAIO 2010 si è spento all'età di 77 anni il Fondatore della Monsupello, Carlo Boatti.
Lasciamo a memoria di un Grande Uomo, che ha fatto la storia vitivinicola e non dell'Oltrepo Pavese, una breve biografia, di suo pugno scritta per Carlo Cambi Editore nel 2009.
La vita di Uomo spesa per la famiglia, per la moglie Carla, i figli Pierangelo e Laura e la nipote Carlotta... la vita di un Uomo spesa per l'azienda Monsupello e per tutto il territorio dell'Oltrepo Pavese.

Monsupello - Carlo Boatti

Mi piace quest’idea di mettermi seduto in veranda e di raccontarvi un po’ della mia vita, nella speranza che i capelli bianchi e qualche ruga che segna il mio viso non vi traggano in inganno, perché, pur avendo settantacinque anni, sono molto più giovane di quanto appaia! Certo non sono più scattante come una volta e non ballo ormai da tanti anni e nessuno mi chiama più con quel simpatico soprannome che mi avevano attribuito gli amici dopo che avevo scritto “Tango” sulla mia Lambretta con la quale scorrazzavo, da ragazzo, un po’ in tutto l’Oltrepò.

“Tango”: è così che mi chiamavano non solo per la scritta che spiccava su quel parabrezza, ma anche perché quando andavo nelle balere ero uno dei pochi che ci sapeva veramente fare, dato che ballavo benissimo il tango, così come, ironia della sorte, oggi sa fare mia figlia Laura che ne ha fatto la sua più grande passione. Mi dispiace che oggi non ci sia, mi sarebbe piaciuto molto presentarvela, come avrei avuto piacere di farvi conoscere Pierangelo, mio figlio, che è ormai il factotum e il deus ex machina dell’azienda. È lui che comanda i giochi, mentre io potrei, tutt’al più, raccontarvi delle mie ultime cinquanta vendemmie... anche se credo che non abbiate voglia di sentire le storie che a loro si accompagnano... Beh... alcune sarebbero veramente interessanti!

Sono quelle che, in definitiva, accompagnano i cinquant’anni di storia delle bollicine italiane, che coinvolgono tanta gente e tante imprese e la stessa nascita del Consorzio di Tutela dei Vini dell’Oltrepò, di cui sono stato fondatore. Storie che si intrecciano alle miriadi di riunioni che si sono tenute negli anni e all’interno delle quali si è combattuto per trovare un nome italiano con il quale contrastare quello francese di Champagne. Dibattiti infiniti che videro la bocciatura del nome “Classese” per gli spumanti italiani, nome che aveva come unica colpa quella di essere stato coniato nell’Oltrepò e quindi vivacemente contrastato da altri territori, fra cui la Franciacorta e il Trentino, che non avevano interesse a far sì che l’Italia spumantistica fosse rappresentata nel mondo con un nome già in uso in questa zona, con il risultato che, a vent’anni da quelle stupide diatribe, non c’è nessun marchio a contrastare quello francese.

Vi potrei narrare del Duca Denari che, di fatto, in un’assemblea, decretò, con la sua astensione, la fine di questo lungo dibattito nazionale sugli eventuali nomi da attribuire alle bollicine italiane oppure di come, più tardi, morì sul nascere il tentativo della Valdobbiadene e del Trentino di puntare prima su un nome come “Ritmo” e poi, se non ricordo male, sul “Talento”: in entrambi i casi i nomi assomigliavano più allo spot per certi veicoli Fiat che a quelli per un vino. Potrei raccontarvi ancora del grande e mitico Veronelli che conobbi nel 1966 ad una mostra a Pavia, dopo la quale, ricordo, fece due righe sui miei vini sulle pagine del Corriere della Sera che mi dettero una notorietà inaspettata e mi consentirono di effettuare un salto qualitativo importante non solo nella produzione, ma, soprattutto, nei miei pensieri, poiché ritenni che la fiducia che lui mi aveva dimostrato non poteva essere tradita.

L’occasione mi spinse a crescere come azienda, migliorando di continuo ciò che avevo appena fatto. Poi vennero gli anni di Piero Bolfo e della V.I.D.E. (viticoltori italiani di eccellenza), quelli di Giacomo Bologna, ecc, ecc..., fino ad arrivare ad oggi, sotto questa veranda, dove mi trovo a parlare con chi mi sta dando una fiducia che non vorrei tradire ed è per questo che, spudoratamente, vi confesso che... non volevo fare il vignaiolo! Volevo guadagnare dei soldi. Volevo avere una grande casa in città, una bella macchina e permettermi di viaggiare per il mondo. Ero poco più che adolescente e, se ritornate con la mente a quegli anni, vi ricorderete che quello era un periodo splendido. Erano gli anni del dopoguerra che sembravano preludere ad un futuro diverso, foriero solo di cose belle. Ricordo che c’erano momenti in cui sembrava che la guerra, appena terminata, avesse ripulito l’aria, così come fa una tempesta, risvegliando dentro di noi l’ottimismo e il desiderio di una vita migliore che andava oltre quel semplice, banale e popolare desiderio di normalità cui, giustamente, aspiravamo. Sembrava che ogni giorno dovesse accadere chissà cosa e un’infinità di cromìe rendevano ancor più sfavillante la speranza.

Erano gli anni in cui gli amici mi chiamavano Tango.
Avevo voglia di vivere la mia vita e di realizzare i miei sogni che contrastavano con la realtà di dover lavorare nella piccola azienda del papà e dello zio che, a malapena, soddisfaceva i bisogni primari della famiglia. Senza esitazioni e con la speranza nel cuore, appena diventato maggiorenne, lasciai tutto e provai a camminare per la mia strada, tentando di fare l’assicuratore, il commerciale, per diventare poi socio di una fabbrica produttrice di lucidatrici. Vi sarà facile immaginare che la cosa non andò molto bene e non per mia incapacità, ma perché, forse, avevo precorso i tempi e nel 1954 non c’erano ancora tante famiglie disposte ad investire dei soldi per lucidare i loro pavimenti. Mesto, me ne ritornai a casa a fare il mestiere di papà e, come succede spesso quando si viene a contatto con la natura e con la vite, mi innamorai del mestiere di vignaiolo. Come vi dicevo, sono ormai cinquant’anni che sono su questa terra e in mezzo a questi vigneti che ho ripiantato, modificato, potato, zappato e vendemmiato per ben cinquanta vendemmie, che non sono poche.

Me le sento tutte addosso queste vendemmie, poiché in esse ho investito tutto ciò che avevo, anche se, per correttezza e amor di cronaca, il più bell’investimento è stato quello che ho fatto su Carla Dallera, mia moglie. Non mi costringete, però, a parlare d’amore, perché in questo campo sono rimasto sempre un fanciullo e né davanti a voi, né soli nella nostra intimità, ho mai trovato le parole per raccontarle i miei sentimenti, la riconoscenza e la gratitudine che nutro per lei che, in silenzio per tutti questi anni, mi è rimasta a fianco.

Parole che, dovete sapere, pur non riuscendo a pronunciare, ho scritto in un articolo che feci uscire su un giornale locale, qualche tempo fa.

È lei la mia più grande fortuna, poiché senza di lei non sarei stato capace di fare ciò che ho fatto e di avventurarmi in questo viaggio nel mondo del vino durato molti anni, durante i quali ci siamo amati, abbiamo avuto dei figli e, qualche volta, ballato anche il tango.